Recensione Violeta – Isabel Allende

Contenuto ●●○○○

Copertina ●●●●●

Scorrevolezza ●●●○○

Autore. Isabel Allende nasce a Lima, in Perù. Soffre per il divorzio dei genitori, quando ha solo tre anni e non conoscerà mai suo padre. Si trasferisce a Santiago del Cile, ospitata nella casa del nonno, dove affronta le sue prime letture. La madre si risposa con un diplomatico, così anche Isabel avrà modo di viaggiare e conoscere altre culture. Lavora come segretaria presso il Dipartimento dell’informazione e si sposa con Miguel da cui avrà due figli: Nicholás e Paula.

Scrive articoli per riviste e conduce programmi televisivi. Dopo il colpo di stato di Pinochet, Isabel s’impegna a trovare asilo politico ai perseguitati e, in seguito, si trasferisce in Venezuela, così inizia a scrivere romanzi. Divorzierà da suo marito e si risposerà. Soffrirà per la perdita di sua figlia, Paula, a causa di una malattia rara.

Violeta, è stato pubblicato dalla Casa Editrice Feltrinelli nel 2022

Trama e recensione. Violeta nasce in un giorno di tempesta nell’anno 1920; il maltempo sarà la prima di tante sventure che si abbatteranno su di lei e sulla propria famiglia. La vediamo già vecchia, intenta a racchiudere i suoi ricordi tra le pagine di fogli da lei stessa scritti, imprimendo un secolo di vita, che inizia e si chiude con una pandemia. Suo confidente è Camilo, un sacerdote che è legato a lei più di quanto si possa intuire inizialmente. Personaggi principali e comparse si intrecciano in un romanzo corale, con luoghi che richiamano l’esotico e l’idilliaco a cui l’autrice spesso rimanda. I fatti riguardano un’alternanza di gioia e sofferenza, in un’altalena di emozioni che nella prima parte si affastellano in maniera fin troppo rapida, non dando tempo al lettore di affezionarsi ai personaggi per soffrire o gioire insieme a loro. La macrostoria rimane sullo sfondo e s’insinua silenziosa tra le pagine attraverso lo sguardo di Violeta. La bambina cresce e matura negli anni, ma rimarrà un’eterna ragazza intenta a trovare il proprio uomo e abituata a una vita agiata, non si accorgerà del rapporto disfunzionale tra il compagno e la figlia, la quale richiama un colore associato solitamente alla purezza.

Il viola e il bianco s’incontrano, o meglio, si scontrano in un mondo disseminato dal dolore per il recente conflitto mondiale e per la Grande Depressione; seguiranno i gruppi di giovani hippie e le lotte femministe, che conducono il lettore per tutto il romanzo, attraverso eroine forti, ma stereotipate. Non mancano, altresì, dei luoghi comuni posti a sottolineare la condizione di inferiorità femminile o dei lavori considerati come solitamente maschili e svolti all’epoca anche da donne, considerate troppo ambiziose. Così come l’idea di un uomo dedito al proprio lavoro, ma noioso nella relazione sentimentale e di quello macho e passionale fino al midollo (eroe dei romanzi), ma che cambia di continuo idea sulla propria donna ideale, vivendo senza responsabilità alcuna.

Ci sono poi descrizioni con un sentore di favoloso e di fin troppo sognante di luoghi in cui la protagonista approda, descrivendo le sue sensazioni a riguardo. Personalmente, le uniche parti degne di nota rimangono la descrizione del dolore di una madre, in cui Violeta si confonde con Isabel e l’ultimo capitolo, che mi ha fatto molto commuovere. La vera Isabel compare in queste due parti, non coperte da eventi, cliché o descrizioni accessorie; infatti sono spazi riservati ai sentimenti, trattati con una delicatezza unica nel suo genere. Concludendo, se volete conoscere l’autrice, vi consiglio di orientarvi su altri romanzi che ho molto apprezzato, come La casa degli spiriti, L’isola sotto il mare, D’amore e d’ombra e la trilogia: La città delle bestie, Il regno del Drago d’Oro e La foresta dei pigmei.

«Sarei stata madre, padre e nonna»

Isabel allende

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